Città di Cagliari

Luciano Serra, camminando per il centro storico di Cagliari.

Di Luciano Marrocu  (inedito)

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Da bambino era questa l’avventura, quando il nonno lo portava a pesca al canale di Mamarranca e mentre ne battevano le rive  gli raccontava  di Gesù che a un tiro di schioppo dalle mura di Gerusalemme trovava il deserto della Giudea e là si fermava giorni e giorni a parlare con Satana per convincerlo a riconciliarsi con Dio e così salvare la Creazione.  Ora, molti anni dopo, seduto sulla banchina, con i piedi a penzoloni sull’acqua torbida del canale, Luciano Serra si chiedeva per quale ragione fosse lì, sapendo che non c’era risposta. Guardò verso Castello, il cui profilo con il sole alle spalle si stagliava netto. Vista da là Cagliari, con le mura e le  torri che gli erano così familiari, diventava l’apparizione esotica e portentosa di quand’era bambino, con qualcosa di ripugnante però, come una fiaba andata a male.
Decise che era ora di tornare, si alzò in piedi e  chiese a un contadino dall’altra parte della  strada quanto fosse distante la città. “Che Dio mi aiuti, signore,” rispose l’uomo, “vengo dalla campagna, conosco bene il canale  ma a Cagliari non sono mai  stato.”
Gli venivano poi in mente le sorelle Rollandi e i pomeriggi danzanti nella loro villa di viale Merello. Una domenica erano usciti tutti e quattro: Luciano,  Aldo e le due sorelle. Avevano raggiunto il Poetto prendendo il tram che partiva da via Roma, sballottati su per il  ponte Vittorio e attraverso il lungo viale che conduceva sino alla Sella del Diavolo, guardando dal finestrino quel paesaggio africano di  palme, stagni e saline. Durante tutto il percorso le due sorelle avevano parlato tra loro, come confidandosi segreti e quasi disinteressandosi dei loro compagni.
Nel sole caldo di quella mattinata di settembre, Luciano Serra scendeva da Castello diretto al Caffè Torino, dove avrebbe incontrato Gennaro Schiano,  il figlio di bomboloni, bomboloni. Scendeva  senza fretta -non sentiva motivo di averne- dalle scalette di Santa Chiara (erano oltre centoventi i gradini), lasciandosi alle spalle le mura di Castello. Solo  gli abitanti del quartiere, pensò, potevano guardare a quelle mura senza sentirsene respinti. Karalis, Carales, Caller, di tutto questo non c’è traccia nel nome in sardo di Cagliari, che suona semplicemente Casteddu, castello cioè. Per indicare il quartiere di Castello, i sardi dicono  Casteddu e susu, Cagliari di sopra si potrebbe tradurre.
Nessun senso di superiorità nel dirsi di Castello, se non per alcune famiglie più o meno nobili. C’era stato un momento in cui neppure loro, i nobili sardi, erano  tollerati a Castello: al tempo degli spagnoli una tromba, la trompeta de fora sarts, intimava al tramonto ai non residenti, sardi evidentemente, di uscire da Castello se non volevano essere buttati giù dalle mura. Scattavano i catenacci, sferragliavano le serrature, uno stridore antico riempiva l’aria mentre le  saracinesche chiodate si abbassavano sulla porta dell’Elefante e su quella di San Pancrazio. Scesa la notte, Castello  tornava  a essere quel che sempre aveva voluto essere, isolata dal resto del mondo. C’erano i ricchi e c’erano i poveri a Castello,   i cittadini da sempre e gli inurbati da poco, frati e monache in grande quantità (i veri padroni del quartiere). C’erano poi gli svelti di coltello ma  anche i piccolo borghesi di impotente onestà. Ai piani alti i ricchi, ai bassi i poveri. I più poveri tra i poveri stavano  nei sottani, dove  peste, colera e altre epidemie pescavano le prede più facili. Qualcuno aveva detto che l’unico modo di bonificare Castello era raderlo al suolo, sino a far scomparire l’altura su cui i Pisani l’avevano edificato. L’idea di demolire Castello piaceva anche  al Serra di molti anni prima, quello dei giovanili furori iconoclasti, che ne aveva fatto un pezzo forte delle sue chiacchiere. Eppure  tutto gli era familiare di quel quartiere e ogni angolo si collegava a ricordi precisi. L’appartamento  di fronte alla Cattedrale delle  sue due zie  non sposate, quasi una  seconda casa per lui; i bui vicoli che chiamavano “Ghetto degli   Ebrei” dove di fronte al giudeo Abraham Cresques,  fabbricante di astrolabi e misuratore di stelle, si era all’improvviso materializzata, dietro bandiere con la croce, la folla fanatizzata che l’avrebbe fatto a pezzi;  la spianata ai piedi del carcere di Buoncammino casa e rifugio di volpi; Il biliardo all’inizio di via Lamarmora dove aveva imparato a fumare  e bestemmiare; il caffè senza nome di piazza Carlo Alberto in cui un giorno uno sconosciuto aveva cercato di vendergli una giacca, diceva lui, appartenuta a Petrolini; il Caffè Tramer, dove aveva imbastito una casuale e fugace conversazione con il famoso tenore De Muro, il quale gli aveva raccontato di una volta a Bangkok quando  alla fine di una recita, era stato avvicinato da una donna bellissima, rivelatasi poi una principessa di sangue reale, con la quale si era poi accompagnato in albergo. Come gli succedeva ogni volta che pensava alla Cagliari di un tempo sentiva dentro una sorta di calore,  tenerezza o nostalgia che fosse,  che poco però c’entrava con Cagliari, e molto invece con il  se stesso di dieci anni prima, quando, come l’Hans Castorp di La Montagna incantata, ancora pensava di essere “ l’onesto beniamino della vita.”DSCN4097

Scese giù verso il Largo, solo con i suoi pensieri. Non gli era mai piaciuto il Mercato Nuovo, né gli piaceva il pretenzioso colonnato che avrebbe voluto impreziosirne la facciata e che tanto inorgogliva i cagliaritani. Tantomeno gli piaceva la folla chiassosa dei venditori di erbe e lumache  di fronte al Mercato. La Cagliari dei suoi ricordi era una città silenziosa. I ricordi ingannano, però,  e forse  Cagliari era sempre la stessa. Passò a fianco del Palazzo della Rinascente,  un altro orgoglio della Cagliari en marche. Girato l’angolo, si trovò sotto i portici di via Roma. Alle undici della mattina  di un giorno feriale,  i portici sarebbero dovuti essere il rifugio degli sfaccendati, ma essendo moltissimi gli sfaccendati  erano  animati come nei giorni di festa.
Tutte le  volte che tornava a Cagliari, saliva sul punto più alto di Monte Urpinu e si fermava a guardare. Dalla grande roccia che solcava la cresta della collina, ripercorreva con gli occhi il profilo di Castello: la torre di San Pancrazio, il Palazzo Regio, la cupola della Cattedrale, le mura. Tra la rocca su cui sorgeva Castello e quel tozzo rilievo calcareo  si stendeva una valle  stretta e lunga,  dove stava nascendo la città nuova. Le vaste macchie di verde tra i palazzi in costruzione testimoniavano di un passato recente quando la  valle era  un susseguirsi  di orti e frutteti, con alcune poche case incastonate fra gli alberi.
Serra quel teatro, il pubblico di quel teatro, li aveva sempre odiati con tutto il cuore. Non il loggione, però, che aveva assiduamente frequentato intorno ai  vent’anni. Allora,  quelli che stavano in platea li osservava dall’alto, sprezzante. Non che il giovane Serra non sapesse stare al suo posto e il suo posto, non aveva dubbi, era il loggione, con il pubblico della platea a portata di sputo (questo, secondo l’interpretazione più plebea del ruolo del loggionista). Di diverso c’era ora il fatto  di riconoscersi della stessa pasta di chi sedeva accanto a lui in platea: non, magari, del raccapricciante ufficiale della Milizia nella poltrona a fianco alla sua, di certo però del vecchio compagno di scuola incontrato all’entrata in teatro, allora il chiassoso ultimo della classe ora irreprensibile avvocato con annessa giovane e affascinante moglie. C’erano le vecchie glorie della Cagliari en marche, identiche a se stesse anche se invecchiate, e le nuove glorie: che fossero tali lo si intuiva per il fatto che, nel chiacchiericcio dell’attesa, erano loro  i sorrisi più smaglianti e i saluti più calorosi. Poi c’erano quelli di lassù, quelli dei palchi. E fu mentre cercava di capire se riusciva a distinguere tra loro qualche faccia  conosciuta che scorse Pisano sbracciarsi  per attrarre la sua attenzione. E poi  per fargli comprendere che di lì ad un attimo sarebbe sceso in platea.(…) Serra ritirò il soprabito lasciato in guardaroba e la seguì fuori dal teatro, su per il breve tratto di via Mazzini che li separava dal Bastione. Quello che i cagliaritani chiamavano il Bastione consisteva in  un  vasto piazzale di pietra  sospeso tra la città bassa e Castello. Dal Bastione si potevano scendere i centoquaranta gradini che portavano in Piazza Martiri, oppure inerpicarsi lungo la strada che portava alla Cattedrale. Più che camminare, Fanny correva lungo i lati del piazzale, illustrando a Serra, come fanno le guide ai turisti, le bellezze della città.
“Quello che è singolare di questa terrazza è che non si riesce a capire come faccia a stare sospesa a mezz’aria. Guardi giù in basso, caro viaggiatore: le luci dei bastimenti l’aiuteranno a individuare il porto. Ad est, se non fosse una notte senza luna, vedrebbe una bassa pianura marina dall’aspetto malarico con ciuffi di palme e basse casupole. Potrebbero sembrarle arabe, queste casupole, ma ricordi, mio caro signore, che Tunisi è a un tiro di schioppo e che un bastimento veloce potrebbe arrivarci in poche ore di navigazione. Ad ovest, poi, vedrebbe una lunga striscia di sabbia e in parallelo, forse, una stretta strada polverosa, col mare aperto da una parte e un vasto stagno dall’altro, correre tutte e due  verso il nulla. Oltre lo stagno un succedersi di montagne scure. Un paesaggio davvero strano, come se il mondo finisse qui, ha detto tempo fa uno scrittore.”
Fatta in discesa la lunga scalinata del Bastione -centoquaranta gradini, precisò Fanny- si trovarono di fronte al Caffè Genovese.
“Non è che vuoi entrare al Genovese?” chiese lui.
“Neppure per idea. Tu seguimi .”
Scesero ancora lungo il viale Regina Margherita e poi giù per i pochi gradini che portavano alla piazzetta della Darsena. Sedettero sulla panchina in pietra che stava sotto il grande ficus.  La piazza, su cui al mattino si riversava gran parte del convulso via vai del porto, appariva ora fredda e deserta.
“Ti ricordi?” chiese Fanny.
“Ricordo cosa?”
“Voglio dire: ti ricorda qualcosa questo posto?”
“Ci  incontravamo qui per poi andare al porto a vedere le navi.”
“Non ti ricorda altro?”
“Ci venivamo spesso…”
“Su questa panchina, mi hai detto per la prima e unica volta che mi amavi.”
“E tu ricordi cosa mi hai risposto?”
“Stai attento alle parole che usi, ho detto.”
“Ti sembrava una risposta? Spiegami ora cosa volevi dire, visto che allora non l’hai spiegato.”
“Qualcosa a metà tra non illudermi  e non credi che amore sia una parola troppo grossa?.”
“Nulla, in altre parole.”
“E’ qui che ti sbagli. Il fatto che non trovassi le parole non significa che…”
Il tassì che doveva condurlo al porto arrivò all’orario previsto. L’aveva atteso sotto casa sua, al bastione di Santa Croce. Il tassì percorse via Università e poi, dopo piazza Martiri,  scese lungo il Viale Regina Margherita. Al molo di Ponente, era attraccato  il Carducci, lo stesso piroscafo con cui era arrivato a Cagliari quindici giorni prima. Sulla nave era salito un’ora prima della partenza, come gli aveva insegnato suo padre. “Non si sa mai”,  borbottava sempre ad ogni partenza  ed era per lui più di un modo di dire. Il viaggio, quel viaggio in particolare, si associava sempre al ricordo di suo padre. Aveva percorso molte volte la linea Cagliari-Civitavecchia, in una direzione o nell’altra, ma ancora sentiva quel viaggio come il passaggio tra due mondi estranei l’uno all’altro. Indimenticabile la prima volta. Aveva dieci anni e suo padre lo accompagnava a Roma. Sino ad allora le cose che succedevano in Continente e di cui qualche volta leggeva sul giornale  non credeva succedessero davvero. O perlomeno, partecipavano di un grado di realtà, se non inferiore a quello delle cose sarde, certo meno evidente. Il mare grigio e quel primo apparire della costa brumosa del Lazio nelle prime luci dell’alba. Sul ponte, appoggiati ai parapetti, uomini affratellati dall’aver passato la notte a fissare le stesse onde.  E suo padre che gli preannunciava lo sbarco  in Continente: “Finalmente metteremo piede a terra”, aveva detto ispirato, come se la terra in cui sarebbero approdati avesse una consistenza particolare e  in confronto la Sardegna non fosse niente di più di un enorme miserevole  zattera vagante  tra le onde del Mare del Sonno. Poi erano scesi dalla nave e il Continente, sino ad allora  solo immaginato e di cui Serra si scopriva confusamente innamorato, era diventato realtà. Anche se poi, nei suoi sogni di adulto, Il crescere in un’isola, grande e lontana da ognuna delle terre ferme possibili, gli aveva lasciato un segno profondo, talmente profondo che nei sogni pensava che essere sardo fosse la condizione naturale dell’uomo.
Percorsa la passerella riservata ai viaggiatori di prima classe, il cameriere l’aveva accompagnato sino alla sua cabina. Mancavano pochi minuti alla partenza quando era salito sul ponte. Andare al porto a salutare chi parte era una delle più radicate tradizioni cagliaritane. “Niente cerimonia degli addii” aveva imposto alle zie, salutandole. Ed in effetti non vide zie sulla banchina. A terra c’era però Pisano che, con gli occhi, cercava qualcuno sulla nave.  Lo vide sbracciarsi nella sua direzione e allora capì di essere lui quel qualcuno. “Che ci fai” gridò dal ponte.
“Sono venuto a salutarti” rispose Pisano.
In ogni recesso della mente dei sardi  c’è  un po’ del mare che  sta intorno alla Sardegna. Mai però come quando la nave si sta allontanando dal porto, e Cagliari, abbagliante e solenne nel bianco delle sue mura, quasi ti sorprende.
“Davvero?”
“Ero qui in via Roma…”
“Teniamoci in contatto” urlò Serra.
“Naturalmente. Verrò a trovarti a Roma”
“Ti aspetto” urlò Serra e gli sembrò di essere  sincero.